“L’1 per cento dell’elettricità mondiale viene oggi usata per creare moneta virtuale”.
Lo ha affermato
Arvind Narayanan, ricercatore di Princeton, al senato US.
“Quello che davvero determina quanta energia usano i bitcoin è il loro prezzo – ha poi aggiunto – Se il prezzo della criptovaluta sale verrà usata più energia per il mining; se cala, si abbassa anche il consumo. Altri fattori contano poco. In particolare l’aumento dell’efficienza energetica dell’hardware utilizzato per il mining non ha un impatto sul consumo energetico”.
Secondo le stime fornite anche dall’università di Cambridge, al momento la produzione di bitcoin, attraverso tutti i computer e hardware appositi collegati alla blockchain, utilizza qualcosa come 64.15 terawatt di energia per anno.
Per produrre un bitcoin e le altre criptovalute il fabbisogno energetico è stupefacente. “Minare”, come si usa in gergo, un singolo bitcoin brucia la stessa quantità di elettricità che una famiglia americana utilizza in due anni e il consumo energetico della rete continuerà a salire e la domanda di energia legata al mining sarebbe destinata a triplicare.
Anche sul fronte ambientale tale crescita desta preoccupazione.
Va sottolineato che i sei più grandi 
centri aggregati di mining si trovano in Cina dove i costi energetici sono più economici rispetto ad altre nazioni.
È noto che gran parte dell’energia nella provincia cinese proviene
però da centrali elettriche a carbone, il combustibile fossile che inquina di più e che produce più anidride carbonica per energia prodotta.
La produzione di criptovalute rappresenta un business allettante per molti, ma se non nasceranno nuove tecnologie per produrle saranno una vera e propria minaccia per il clima.

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