432 voti contrari e 202 favorevoli. Con questi numeri lo scorso la Camera dei Comuni della Gran Bretagna ha bocciato l’accordo patteggiato dopo due anni di trattative dal premier britannico Theresa May con gli Stati membri Ue in merito alla Brexit.
Tale accordo prevedeva una stretta collaborazione tecnica su molti aspetti cruciali in tema di energia e ambiente.
L’uscita del Regno Unito  senza accordo con l’Ue è preoccupante, «qualunque cosa accada – ha affermato Craig Bennett, chief exective di Friends of the Earth UK – una cosa è certa: un no-accordo sarebbe un disastro per l’ambiente e dovrebbe essere tolto dal tavolo della discussione. Il mondo sta scaldando. Nel Regno Unito il caos climatico sta già colpendo persone e animali selvatici. I nostri uccelli, gli animali e la natura sono in rapido declino. Durante la nostra vita, stiamo vedendo la fine delle specie. Sappiamo che il nostro ambiente non è già nella forma migliore  e sappiamo che, se non fosse stato per la legislazione dell’Ue, il Regno Unito sarebbe ancora l’uomo nero d’Europa. La nostra appartenenza all’Ue ha portato il governo a migliorare la qualità dell’aria, a implementare protezioni per gli habitat speciali e specie naturali e ad agire per impedire che le imprese del Regno Unito scaricassero  liquami non depurati direttamente nei nostri mari».
Enorme la preoccupazione tra gli ambientalisti britannici.
In caso di “no deal”, il Regno Unito abbandonerà l‘Ets, il meccanismo europeo di “cap and trade” per le emissioni di gas a effetto serra dalla produzione elettrica, industriale ad alta intensità energetica e dall’aviazione.
Inoltre per il mercato interno dell’energia, “gli operatori basati nel Regno Unito cesseranno di partecipare alla piattaforma unica di allocazione delle capacità a termine di interconnessione, alle piattaforme di bilanciamento europee e al coupling unico del giorno prima e infragiornaliero dei mercati”.
Gli operatori inglesi diventeranno di fatto  operatori di un paese straniero e per continuare a commercializzare i loro prodotti energetici all’interno nell’Ue necessariamente “dovranno registrarsi presso l’autorità nazionale di regolamentazione dell’energia di uno Stato membro in cui svolgano attività” e ottenere la certificazione prevista dalle direttive 2009/72 e 2009/73 con il rischio che possano venir negate.
Complicazioni anche per l’energia prodotta da fonti rinnovabili poiché gli Stati membri Ue all’uscita del Regno Unito senza un accordo non riconosceranno più le garanzie di origine dell’energia pulita, rilasciate dagli organismi designati inglesi.
Il rischio è un potenziale sganciamento della politica energetica del Regno Unito da quella europea con gravi ripercussioni sul mercato.

 

Share This