Da lunedì 25 settembre scorso il governo cinese ha bloccato il servizio di chat di WhatsApp.
La popolare applicazione di messaggistica istantanea si basa sull’apertura di un canale di comunicazione crittografato tra due o più persone. Questa crittografia protegge la privacy di chi chatta ma non piace alle autorità cinesi che, nel corso del tempo, hanno fatto di tutto per ostacolarne l’uso.
Il blocco di WhatsApp ha suscitato forti proteste da parte dei cittadini cinesi, soprattutto i professionisti che lo usavano per lavoro e che adesso, per contattare i propri clienti, dovranno tornare a utilizzare la classica telefonata o l’email.
Secondo il ricercatore ed esperto di crittografia Nadim Kobeissi di Symbolic Software, sembra che la Cina stia bloccando le comunicazioni crittografate in modo specifico. Molti altri servizi sono stati finora bloccati, tra i quali Istagram, la ricerca di Google e la rete sociale di Facebook.
I nuovi interventi del governo cinese nei confronti dei servizi online non stupiscono, ma certamente preoccupano dal momento che le autorità locali si stanno dimostrando sempre più pronte a intervenire senza remore nei confronti dei comportamenti online dei propri cittadini.
Secondo il New York Times, lo stop a Whatsapp sarebbe “l’ultima mossa di Pechino per aumentare la sorveglianza”.

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